Hokic e Hrustic c. Italia
La Corte ricorda infine che la conformità all’articolo 5 § 1 presuppone un legame
« tra, da una parte, il motivo invocato per la privazione di libertà autorizzata e,
dall’altra, il luogo e il regime di detenzione » (Mubilanzila Mayeka t Kaniki Mitunga c.
Belgio, n. 13178/03, (§ 102), CEDU 2006-...). Tale disposizione non esige che la
detenzione di una persona contro la quale è in corso una procedura di espulsione sia
considerata ragionevolmente necessaria, per esempio per impedirle di commettere
un’infrazione o di fuggire; a tale riguardo, l’articolo 5 par. 1 f) non prevede la stessa
protezione dell’articolo 5 par. 1 c) (Chahal, cit., § 112). Per non essere tacciata di
arbitrarietà, la messa in atto della stessa misura di detenzione deve dunque farsi in
buona fede; essa deve anche essere strettamente connessa allo scopo che consiste di
impedire ad una persona di entrare irregolarmente nel territorio; inoltre, il luogo e le
condizioni di detenzione devono essere appropriate; infine, la durata della detenzione
non deve eccedere il termine ragionevole necessario per raggiungere lo scopo
perseguito (Saadi c. Regno Unito [GC], n. 13229/03, §§ 72-74, CEDU 2008-....).
23. Nel presente caso, la Corte deve basarsi sulla questione di sapere se l’ordine di
arresto del questore di Roma fondato sui decreti di espulsione costituiva una base legale
per la privazione di libertà dei ricorrenti fino all’annullamento di detti decreti. La sola
circostanza che tali decreti siano stati successivamente annullati non vizia, come tale, la
legalità della detenzione per il periodo precedente. Per determinare se l’articolo 5 § 1
della Convenzione sia stato rispettato, è opportuno fare una distinzione fondamentale tra
i titoli di detenzione manifestamente invalidi – per esempio, quelli che sono emessi da
un tribunale al di fuori della sua competenza – e i titoli di detenzione che sono prima
facie validi ed efficaci fino al momento in cui sono annullati da un’altra giurisdizione
interna (Benham, cit., §§ 43 e 46 ; Lloyd e altri c. Regno Unito, nn. 29798/96 e seguenti,
§§ 83, 108, 113 e 116, 1° marzo 2005; Khudoyorov c. Russia, n. 6847/02, §§ 128-129, 8
novembre 2005).
24. Nel caso di specie, non è stato dedotto che il questore di Roma abbia agito al di
fuori delle sue competenze. Ai sensi del diritto interno, aveva il potere di arrestare i
ricorrenti. I decreti di espulsione sono stati annullati unicamente perché il giudice di
pace ha constatato, nel corso del procedimento, che i ricorrenti erano nei fatti stati
titolari di un permesso di soggiorno ma che dopo la sua scadenza, in difetto del suo
rinnovo, essi soggiornavano irregolarmente sul territorio italiano. La Corte ritiene che
tale situazione non si inquadra in un’irregolarità grave e manifesta ai sensi della sua
giurisprudenza (si veda, mutatis mutandis, Liu e Liu c. Russia, n. 42086/05, § 81, 6
dicembre 2007).
La Corte non ritiene che le autorità abbiano agito in malafede o che non si siano
impegnate ad applicare correttamente la legislazione pertinente (Benham, cit., § 47).
Chiaramente, un malinteso ha indotto le autorità interne a temere che i ricorrenti
avessero sempre avuto una situazione irregolare. Questo non significa, comunque, che
la detenzione fosse illegale o che il provvedimento che ordinava la privazione di libertà
fosse invalido o che i decreti di espulsione sui quali tale provvedimento si basava
fossero prima facie invalidi (si veda, mutatis mutandis, Gaidjurgis c. Lituania (déc.),
n. 49098/99, 16 gennaio 2001; Khudoyorov, cit., § 132; Liu e Liu, cit., § 82; Marturana
c. Italia, n. 63154/00, § 78, 4 marzo 2008).
25. In tali circostanze, la Corte non potrebbe concludere che la detenzione dei
ricorrenti in vista della loro espulsione non era conforme ai modi previsti dalla legge o
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