SENTENZA RIOLO c. ITALIA
hanno già fatto i Comuni di Palermo e di Capaci, la Regione Sicilia e il governo
nazionale) nel processo contro i presunti responsabili dell’uccisione del Giudice
Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e di tre agenti della scorta, l’avv. Musotto
ha in un primo momento cercato di prendere tempo, poi ha incaricato l’azienda
provinciale per il turismo di stabilire gli eventuali pregiudizi che le stragi mafiose
hanno arrecato ai flussi turistici (incredibile, ma vero) e, infine, si è rassegnato alla
costituzione di parte civile dell’amministrazione locale, che, tuttavia, sarà
rappresentata nelle aule di giustizia dal suo vicepresidente. In questo modo, il Musotto
– presidente, fosse pure rappresentato dal suo sostituto, si sdoppierà quotidianamente
nel Musotto – avvocato, che continuerà a difendere il costruttore Sbeglia, e tutti e due
parteciperanno al processo per la strage di Capaci, ma su due lati opposti.
Di fronte ad una situazione così grottesca ci si chiede spontaneamente perché non si
sia presa in considerazione la soluzione più semplice e scontata: vale a dire la rinuncia
dell’avv. Musotto alla difesa del suo cliente. L’interessato si giustifica invocando il
principio di garanzia del diritto alla difesa e denunciando il tentativo di criminalizzare
la professione di penalista. Una risposta da vittima che non fa altro che confondere i
termini della questione, dato che qui non si discute né di innegabili principi
costituzionali, né della facoltà di un avvocato di scegliere liberamente i propri clienti,
ma soltanto dell’opportunità, e al tempo stesso della legittimità di una scelta che, in
linea di principio, subordina gli interessi privati di un individuo che esercita una libera
professione al ruolo di protezione dell’interesse collettivo, inerente al mandato di
rappresentante delle istituzioni pubbliche.
Ma nel caso di specie, poiché la costituzione di parte civile dell’amministrazione
locale in un processo di mafia ha un valore soprattutto simbolico, in quanto si traduce
in un segnale culturale e politico che rompe una lunga prassi di inerzia e di
connivenze, il rischio più grave è che la scelta di Musotto sia letta come un segnale
che va nella direzione opposta. E, come è noto, il potere mafioso è molto attento ai
segnali provenienti dal cuore delle istituzioni.
Dunque, la conclusione più probabile che si può trarre – sino a prova contraria – da
questa storia è che il rappresentante di Forza Italia non abbia voluto, o non abbia
potuto, segnare una chiara presa di distanza rispetto agli imputati nel processo e sia in
qualche modo costretto a subire l’influenza di quell’intreccio di interessi politici ed
economici al quale è dovuta, almeno in parte, la sua elezione alla presidenza della
Provincia con un’inattesa quantità di voti. Naturalmente non si intende per questo né
affermare che ci sia stata una forma di contrattazione preliminare di voti inquinati, né,
tanto meno, ridurre il successo di Forza Italia in Sicilia esclusivamente allo
spostamento dei voti controllati dalla mafia dal vecchio pentapartito verso il nuovo
polo di centrodestra. Tuttavia, non è possibile negare che un tale spostamento si sia
effettivamente verificato.
Del resto, nella storia di quella che si designa come «Prima Repubblica», non è una
novità che la mafia si adatti all’evoluzione degli equilibri politici, ossia questo
fenomeno che si verificava già tra gli anni Quaranta e Cinquanta, allorché i gruppi
mafiosi (cosche) passavano, a ondate successive, dal separatismo e dalla destra
liberale (liberal-qualunquista) alla Democrazia Cristiana. Fenomeno questo che, in
seguito, si è di nuovo verificato, come ormai dimostrano le dichiarazioni dei pentiti
prodotte agli atti del processo per l’omicidio di Salvo Lima, allorché nel 1987 Cosa
Nostra ha voluto lanciare un messaggio politico alla stessa Democrazia Cristiana,
grazie all’appoggio al Partito socialista di Claudio Martelli e al Partito radicale,
fautori di una politica di stampo «garantista». Allo stesso modo oggi, nelle recenti
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