JUHNKE c. TURCHIA SENTENZA
5 novembre 1969, Yearbook 12, p. 186, e Keenan c. Regno Unito, n.
27229/95, § 110, ECHR 2001-III). Inoltre, per considerare che un
trattamento sia “degradante” ai sensi dell’articolo 3, uno dei fattori che la
Corte prende in considerazione è la questione se lo scopo era quello di
umiliare e avvilire la persona interessata, anche se l’assenza di una di questi
obiettivi non può escludere in modo decisivo l’accertamento di una
violazione dell’articolo 3 (vedasi Raninen c. Finlandia, sentenza del
16 dicembre 1997, Reports of Judgments and Decisions 1997-VIII, pp.
2821-22, § 55, e Peers c. Grecia, n. 28524/95, §§ 68 e 74, ECHR 2001-III).
Perché la pena o il trattamento ad essa associato siano “inumani” o
“degradanti”, la sofferenza o l’umiliazione causati devono in ogni caso
andare al di là dell’inevitabile elemento di sofferenza o umiliazione
collegate ad una certa forma di trattamento o pena legittimi (vedasi, Labita,
sopraccitata, § 120). In questo contesto, la Corte ribadisce di aver constatato
che il mero fatto di essere condotte all’ospedale per una visita ginecologica
non raggiunge il livello di gravità minimo richiesto ai sensi dell’articolo
3 della Convenzione (vedasi Turan c. Turchia, n. 879/02, § 21, 2 marzo
2006).
71. Riguardo agli interventi medici a cui una persona detenuta viene
sottoposta contro la sua volontà, l’articolo 3 della Convenzione impone allo
Stato l’obbligo di proteggere il benessere fisico delle persone private di
libertà, per esempio fornendo loro la necessaria assistenza medica. Le
persone interessate tuttavia rimangono sotto la protezione dell’articolo 3, i
cui requisiti non ammettono alcuna deroga (vedasi Mouisel, sopra citata,
§ 40, e Gennadi Naoumenko, sopra citata, § 112). Una misura che è
terapeuticamente necessaria dal punto di vista di provati principi medici non
può in principio essere considerata come inumana o degradante (vedasi, in
particolare, Herczegfalvy c. Austria, sentenza del 24 settembre 1992, Series
A n. 244, pp. 25-26, § 82, e Gennadi Naoumenko, sopra citata, § 112). Ciò
nondimeno la Corte deve persuadersi che sia stato provato in modo
convincente l’esistenza di una necessità medica e che delle garanzie
procedurali per l’intervento, per esempio l’alimentazione forzata, sussistano
e siano state soddisfatte (vedasi Nevmerzhitsky c Ucraina, n. 54825/00,
§ 94, 5 aprile 2005).
Quando una misura non rientra sotto il profilo dell’articolo 3, essa può
comunque rientrare in quello dell’articolo 8 della Convenzione che, tra
l’altro, prevede la protezione dell’integrità fisica e morale sotto il profilo
del rispetto della vita privata (vedasi, per esempio, Wainwright c. Regno
Unito, n. 12350/04, § 43, ECHR 2006-...). In questo contesto, la Corte
ribadisce che la decisione di imporre un intervento medico senza tener conto
della volontà del paziente potrebbe comportare un’interferenza rispetto al
rispetto della sua vita privata e, in particolare, al suo diritto all’integrità
fisica (vedasi, mutatis mutandis, Glass c. Regno Unito, n. 61827/00, § 70,
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